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domenica 22 febbraio 2026

QUELLA CLASSE DEL "RIGHI".....

    Sabato, 21 febbraio 2026, davanti al primo binario della stazione di Bologna.          Sono le ore 9, la temperatura non è ancora del tutto...confortevole.  L'inverno sta lentamente scemando ma la primavera è ancora lontana! 

    Vedo arrivare Paolo Maoret con il quale incontrerò una classe di studenti del Liceo "A. Righi" di Bologna.

Motivo dell'incontro sarà, come altre volte, il ricordo della strage del 2 agosto 1980 spiegata nella sua parte storica (da Paolo) e raccontata (oggi dal sottoscritto) attraverso quella che è la memoria rimasta impressa nella mente di chi fu presente nella giornata di quel lontano sabato.

     Un saluto scambiato in fretta, pochi minuti di attesa ed eccoli avvicinarsi a noi, alla spicciolata. Sono in ventidue e tra loro la componente femminile è di gran lunga maggioritaria: sono 13 le ragazze che - insieme ai loro colleghi maschi - in questo Istituto Superiore hanno scelto lo Scientifico come indirizzo di studio. Questa è la 5aD ed a guidarli fino a noi c'è anche il loro prof Patrizio Foresta. 

     Prendono la forma di un semicerchio, intorno a noi. Così raggruppati captano meglio le parole di Paolo ed al contempo evitano di essere "arrotati" da carrelli dei portabagagli e da troller che ti sfiorano i garretti quando meno te l'aspetti! E Paolo da inizio a quella sua lunga storia che lo porterà a spiegare a questi giovani ignari o scarsamente informati (ma non per loro indisciplina), che cosa si nasconde dietro alcuni segni e simboli che quel luogo dove ci troviamo ancora reca e ci parla di quel giorno. Lapidi, targhe, il colore di un muro, un tratto di pavimento strano e scavato che ricorda il punto dello scoppio, foto e nomi di vittime, un orologio che non funziona ma che ricorda, placche di ottone con nomi incisi sopra ed il tutto immerso in una cornice di ricordi che parla senza poterlo fare. Così la strage del 2 agosto 1980, lo scoppio di una bomba fatta deflagrare alle 10.25 di un sabato, duecentosedici feriti ed ottantacinque vittime, un attentato neofascista ed una grande risposta che sorprese tutti e fece onore ad una città: da tutto questo è partito il compito di Paolo Maoret di spiegare alle ragazze e ragazzi del Righi quel disegno criminale che stava dietro l'attentato dei Nar.

     Poi, una lunga camminata tra rotaie di un futuro tram, facendo slalom sotto un portico gremito di gente infreddolita e turisti sbadati lungo quella via Indipendenza affollata e cosparsa di  velocipedi da scansare e deiezioni da saltare e poi eccoci in Piazza, accanto a quel gigante che ci saluta sempre ogni volta che arriviamo. Sembra che  dica "raccontate di quel giorno, ditelo, voi continuate a farlo,  e se qualcuno  vi crea problemi io ho sempre il forcone in mano e allora vedrà di che pasta siamo fatti, noi bolognesi!". Lui sorveglia e noi parliamo ai ragazzi mentre in sottofondo una discutibile Joan Baez  canta e strimpella  con la propria chitarra qualcosa che ci ricorda "Blowin' in the Wind".

     Ancora storia, ancora particolari che Paolo tira fuori dal suo sapere e da qualche immagine proposta agli studenti seduti, foto ed immagini sbiadite dal tempo ma che ci parlano di terroristi e complici, e di uno Stato con pezzi di esso vergognosamente schierati a difesa di idee ed azioni omicide, fasciste e criminali, parole che Paolo 

spende per far capire quanta fatica sia costata la verità e la giustizia oggi conquistate seppur ancora parzialmente, l'ingiustizia di aver condannato criminali ed ora averli liberi di offendere la memoria di così tante vittime.

     Continuo poi a raccontare io quel che vidi fare da giovani, da donne, da uomini, da tanti componenti di quella "società" di cui sempre parliamo ma che quel giorno si rivelò essere una cosa straordinariamente bella, ricca di idee e di spunti umani che seppero trasformare l'ingiusto nel giusto, l'impossibile in tante azioni possibili, trasformando la semplicità dell'essere umano in una risorsa inesauribile di gesti di affetto e di risposta. Anche con un semplice e rumoroso autobus la cui unica  -muta - parola era quel numero 37 che mostrava passando tra macerie e  silenziosi, affranti passanti.

     La conclusione? E' stato un altro indimenticabile incontro con l'intelligenza ed il rispetto, con l'interesse e la condivisione sentita, percepita, vissuta e trasmessa a Paolo ed a me da quella gioventù che ha scelto di uscire da un'aula di viale Pepoli per sentire la storia di un attentato, la storia di una giornata indimenticabile per la loro città, la storia del 2 agosto 1980.

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La scuola è intitolata a AUGUSTO RIGHI

Bologna, 27 agosto 1850 - 8 giugno 1920

Fisico. Si laureò in ingegneria civile a Bologna nel 1875. Dal 1880 insegnò nelle università di Palermo e Padova. Nel 1889 rientrò a Bologna dove insegnò nell'istituto di fisica dell'Università fino alla morte. Più volte venne candidato al Premio Nobel. Sperimentalista puro, fu autore di ricerche sulle oscillazioni elettromagnetiche. A lui si deve l'introduzione del termine 'fotoelettrico' per spiegare l'omonimo fenomeno. La sua pubblicazione più importante è L'Ottica delle oscillazioni elettriche, studio sperimentale sulla produzione di fenomeni analoghi ai principali fenomeni ottici per mezzo delle onde elettromagnetiche (Bologna, Zanichelli, 1897). Agli esperimenti del Righi si ispirò Guglielmo Marconi, che seguì le lezioni e che potè accedere al laboratorio ed alla Biblioteca di Righi.

E' sepolto alla Certosa di Bologna, Chiostro VI portico ovest, lato esterno stele 9. Il busto bronzeo che lo ritrae è opera di Giuseppe Romagnoli (1872-1966) ed è firmato 'Romagnoli' e 'fonditore Laganà Napoli'. L'epigrafe della lapide recita: AUGUSTO RIGHI / FISICO INSIGNE MAESTRO INCOMPARABILE / GRANDE SPERIMENTATORE / DALLE OSSERVAZIONI ASSORGENTE ALLE LEGGI / APRI' RADIOSE VIE ALLA SCIENZA ELETTRICA / ONORANDO L'ANTICO STUDIO E LA PATRIA / IL MUNICIPIO POSE

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