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mercoledì 25 febbraio 2026

BALDINI, MORIGIA, PEREIRA.....A Ravenna la storia diventa incontro

 

Il “Nullo Baldini" ed il “Camillo Morigia” sono due Istituti di Istruzione Superiore che hanno sede a Ravenna. Nel primo avevo già avuto l’occasione di mettere piede mentre per la prima volta, ieri, sono entrato in una delle aule del Morigia. Entrambi sono luoghi di studio eccellenti, da qui escono giovani che hanno alle spalle una buona formazione culturale e pratica che sarà d’aiuto per il loro futuro professionale.

Agli studenti della 2aE del Baldini ed a quelli della 5aB “gra” del Morigia, ieri martedì 24 febbraio, abbiamo avuto l’opportunità di raccontare quel periodo della storia del secolo scorso che culminò negli anni delle stragi, degli attentati e del terrorismo e che ebbe nella strage alla stazione di Bologna – avvenuta il 2 agosto 1980 – il suo episodio di massima violenza in quanto provocò la distruzione dell’ala ovest della stazione stessa, l’uccisione di 85 innocenti ed il ferimento di altri 216. 

Martina Marzaduri è una delle formatrici che da tempo spende parte del suo tempo per collaborare con i progetti dell’Associazione Pereira, una organizzazione che da anni porta nelle scuole della Romagna e del bolognese tematiche che permettono di conoscere ciò che ruota intorno a droghe, mafie, riciclaggio ed anche quanto avvenne nel periodo storico meglio conosciuto come “anni di piombo”, gli anni della violenza ma anche gli anni di grandi lotte per i diritti e per la democrazia. Martina è giovane, una ragazza simpatica oltrechè carina ma è anche molto determinata nel suo impegno volto ad aiutare studentesse e studenti nella conoscenza di storie, fatti e personaggi non sempre facili da assimilare e non sempre contenuti nei programmi scolastici. Lei e gli altri suoi colleghi di Pereira fanno questo...e non è un lavoro da poco con i tempi che corrono!

Ieri, con lei, ho avuto l’occasione di “entrare in classe”, a Ravenna, tra studentesse e studenti del “Nullo Baldini” e del “Camillo Morigia”. Tra le ore nove e le dieci e trenta nel primo Istituto e dalle undici alle dodici e trenta nella classe del Morigia. Tra di loro erano già venuti in classe altri formatori di Pereira, nelle settimane scorse, a spiegare quella parte della nostra storia che si colloca nella seconda metà del secolo scorso. Una storia fatta di tentativi di eversione e di condizionamento del percorso democratico del nostro Paese. Violenza e sangue per fermare lotte e diritti, movimenti neofascisti e non solo per condizionare organi dello Stato che divennero complici e personaggi della politica, della finanza, delle Istituzioni che si fecero protettori e finanziatori di criminali al soldo di potenti e poteri, italiani e non solo ma tutti con simpatie neofasciste!

Quando Martina mi ha dato la parola per portare la testimonianza di che cosa accadde in Stazione, quel sabato 2 agosto 1980, ho sentito tutta la loro attenzione, quella di ragazze e ragazzi di entrambi gli Istituti. Un silenzio che diventa una domanda: la domanda silenziosa di chi vuol sapere cose che nessuno ha raccontato a loro ed allo stesso tempo sale in entrambi – noi e loro – la consapevolezza che “entriamo” dentro un racconto che conterrà emozioni e che proverà a far vedere l’altro volto delle persone anonime con le quali in ogni momento della nostra giornata abbiamo a che fare ma senza conoscere nulla di loro. E’ qui l’importanza di portare in classe il ricordo di quel giorno, del 2 agosto 1980 alla Stazione di Bologna, farlo diventare un momento di riflessione, riuscire a raccontare azioni ed emozioni nei minuti che seguono un massacro di innocenti, provare a far diventare reali i pensieri che si sono sovrapposti ai gesti, motivarli e renderli comprensibili alle ragazze ed ai ragazzi che mi/ci stavano davanti. Le storie di vite appartenute a persone mai viste si sono mescolate alle storie di chi in stazione non volle staccarsi dal dolore di tanti e seppe trasformare la sofferenza in forza per reagire. In questo ho provato a collocare anche la mia storia di lavoratore alla guida di un autobus – quel “37” che per una città intera è un simbolo di umana solidarietà - per un ultimo saluto a corpi inanimati e per ridare tutto il valore che merita alla parola “dignità”.


Il commiato non è mai facile, così come le risposte alle loro domande. Gli studenti di Ravenna hanno mantenuto sempre quell’atteggiamento che caratterizza il rispetto: il silenzio, l’emozione e la loro comprensione di essere stati parte di una giornata che rimarrà importante per il futuro che li aspetta perché oggi non abbiamo solo parlato di una strage – assurda e criminale - ma di come gli esseri umani possono reagire alle ingiustizie, allontanando, quando serve, anche le divisioni e le diversità che troppo spesso sembrano insormontabili.

Uscendo da quel cancello delle scuole mi sono sentito parte di loro, degli studenti e dei professori che avevano ascoltato me e Martina. Il loro vociare, chiamarsi, parlare e scherzare è anche quel ritorno alla realtà che sta ad indicare che la vita continua. Il sorriso e l’arrivederci lanciatomi da Martina ne è la conferma.

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Le scuole sono intitolate a Nullo Baldini e Camillo Morigia


NULLO BALDINI nacque a Ravenna il 30 ott. 1862, in contrada Mangagnina, sobborgo popolato di braccianti. Il padre Oreste, piccolo commerciante di grani, apparteneva a una famiglia di tradizione garibaldina - i fratelli avevano assistito Garibaldi nel 1849, durante la fuga attraverso le Romagne.  La madre, Lucia Caletti, era invece nata da famiglia di poveri artigiani, alla quale Nullo rimase profondamente legato. Baldini fu tra i primi dirigenti socialisti a intuire le possibilità offerte dalla nuova congiuntura agricola e a sfruttarle praticamente con l'organizzazione di cooperative di lavoro fra salariati agricoli, facendo delle associazioni di braccianti gli strumenti ai quali lo Stato e gli imprenditori avrebbero dovuto ricorrere per effettuare i lavori (sterri, costruzioni, coltivazioni e manutenzione, ecc.) necessari alla realizzazione delle opere pubbliche e al funzionamento della conduzione diretta delle aziende agrarie.

Fu intimo collaboratore di Treves, Buozzi e Turati, che assistette sul letto di morte e di cui fu l'esecutore testamentario. Mori il 6 marzo 1945, povero, nell'ospedale di Ravenna.


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Morì a Ravenna il 16 gennaio 1795. 

La sua tomba è un simbolo di architettura neoclassica rappresenta un importante contributo alla storia alla cultura di Ravenna. 

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